The Avant-guarde of Mars

RECENSIONE ‘BLAZE’ SU SHAKE!

Prodotti da Paolo Benvegnù e Stefano Bechini, i Vandemars giungono al loro esordio discografico sotto i migliori auspici… Blaze è infatti un album coeso, di impatto, che ha una sua direzione precisa, un’unità di intenti ben definita e non è poco sicuramente per un primo lavoro, che si dipana su soluzioni melodiche e armoniche molto interessanti, eccellente in tal senso il corpus prodotto dalle chitarre e su una sezione ritmica cupa, efficace e possente, su cui si erge imperiosa la voce precisa, versatile e ricca di sfumature di Silvia Serrotti… che è anche autrice delle liriche, incentrate su un rapporto di amore tormentato che sembra non aver fine… 
 
“My cage”: post rock, a tinte cupe senza rinunciare alla melodia, con la voce di Silvia Serrotti subito in evidenza… supportata dalle chitarre elettriche di Gabriele Coppi, Stefano Romani e di Paolo Benvegnù… si presentano così i Vandermars… con il basso secco e preciso di Francesco Pititto, la batteria “greve” di Francesco Bucci e gli inserti pianistici di Stefano Bechini:
“It’s the place where i live”
 
“Always the same”: questa traccia prosegue il discorso musicale intrapreso col brano d’apertura, spostando le coordinate su accenti più propriamente melodici, con stop and go, ponte/ritornello, ottimamente riusciti: 
“Cause your bla bla bla… I’m in love with my self”
 
“L.L.”: chiude il trittico iniziale degnamente, questo suggestivo brano, che ha il suo punto di forza nell’esplosione del ritornello, anche a livello testuale, dove si evince una prima presa di posizione nello sviscerare la “questione amore”… dopo la strofa scarna e abrasiva:
“I was lost loved”
 
“A circle for me”: intensa ballad, che parte con la chitarra acustica di Paolo Benvegnù e un delicato piano in sottofondo con la voce di Silvia Serrotti in evidenza, che in questo brano tocca corde care a Dolores O’Riordan… poi è la batteria di Francesco Bucci a prendersi la scena, per una deriva sonica che va arricchendosi sempre di più, sorretta da tromba e sax suonati da Roger Cerbiattini, uno dei brani migliori del lotto:
“I wanna a circle in my dream design a circle just for me”
 
“Naked et Pure”: come da titolo, questo brano è una vera e propria dichiarazione di presa di coscienza, dove la protagonista paragona la sua fragilità a quella di una farfalla… che cresce man mano di intensità… in certi passaggi si possono notare richiami più o meno voluti a PJ Harvey:
“I can’t stop crying”
 
“It’s mine it’s yours”: la chitarra acustica di Benvegnù secca  procede, accompagnata dalle  stoppate di Bucci, che pesta sui tom e gli inserti delle chitarre elettriche a colorare l’atmosfera… poi è “inevitabilmente” la potenza delle chitarre a prevalere… quasi a far da contraltare alla delicatezza della traccia precedente:
“It’s mine it’s yours this love”
 
“Tic tac”: tinte quasi dark e chitarre liquide, per questa “marcia” suggestiva… che ancora una volta può godere di un ottimo ritornello, trascinante e ipnotico:
“Everything is heavy on me”
 
“Come out”: la traccia più propriamente “post rock” con un occhio ai Sonic Youth più lirici, soprattutto per quanto riguarda l’arrangiamento e le dinamiche che vanno a confluire in uno struggente bridge che sembra pescare invece dai Mercury Rev… ad ogni modo, melodia e distorsioni si sposano meravigliosamente:
“In my dreams last night i had you but it was just a dream”
 
“Victim”: Il “produttore” qui scende totalmente in campo, infatti oltre a suonare le chitarre del brano, unisce la sua voce a quella splendida di Silvia Serrotti nel ritornello, per arricchire di magia e profondità… toccante nella sua richiesta di libertà:
“Open the door see a new world…”
 
“Send it”: potente e spiazzante in alcune soluzioni, il brano è pressocchè diviso in due… procede quasi nervosamente, a braccetto con la melodia, nella parte iniziale… per poi deflagrare nella cupezza dei toni del finale: 
“Let it me know… send it back…back to me”
 
“One of your dreams”: la voce di Silvia Serrotti è totalmente la protagonista di questa traccia, infatti il gruppo rimane volutamente sullo sfondo, aggiungendo poche pennellate per impreziosire il tutto, operazione riuscita:
“just let me rock your soul”
 
“Waiting the drummer”: andamento quasi ipnotico, coi cori di Benvegnù e Stefano Bechini ad accrescerne il pathos, prima della concitata parte finale, che suggella “l’attesa” come chiave dell’intero lavoro:
“And i am waiting for you love to come”
 
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