The Avant-guarde of Mars

‘BLAZE’ RECENSITO SU YOUR BANDS REVIEW

E’appena uscito il disco dei Vandemars, come da poco annunciato su queste pagine. Lo recensisco volentieri e, lo anticipo, positivamente.
L’impressione complessiva è quella di trovarsi davanti ad un disco davvero importante per la musica italiana, ci auguriamo capace di far sbarcare i nostri marziani fuori dai confini alpini, laddove hanno camminato Uzeda e stanno benone gli Ufomammuth.
Qui i Vandemars cercano di far quadrare il cerchio, laddove il quadrato è la vita stretta che ci portiamo appresso ed il cerchio i nostri tentativi di fuga, i nostri sogni, le nostre ribellioni. Mi sembra ci possa stare come nota generalissima: sia i testi che la musica sembrano tentare di esplodere, ma tutto rimane granitico, concentrico, vigile. Trovo conferma di questa mia convinzione pure nel mixaggio complessivo, non privo di sentimento, ma asciutto, con una sezione ritmica dalla precisione nipponica in risalto. Su tutto si svolge il cantato di Silvia…che è già stata paragonata a tante…ma a me ricorda soprattutto la Patti Smith di Easter, quella pazza di rock n’roll nigga e quella mistica che celebra gli indiani d’america in Ghost Dance!
…Veniamo ai pezzi: dopo l’esordio verticale di My cage, in cui i June of ’44 sono trattati con una sfumata glaciale di glam, arriva Always the same dove la performance vocale è da brivido (tranne che per i “fucking bla bla bla”…credetemi Vandemars non avete bisogno di parolacce per impressionare…); di seguito L.L., al cui bel muro di chitarre si aggiunge pure il produttore Paolo Benvegnù. La mia preferita dell’album è comunque la successiva A circle for me, con le sue due batterie che a volte toccano le follie di Aphex Twin, il delirio free jazz centrale e la voce calma e lirica a dispiegare versi dolorosi. Dopo tanta grazia, Naked and pure sparisce un po’ nella sua quiete (io stavo ancora pensando al pezzo precedente mentre la ascoltavo), ma è comunque salvata dal cantato. L’album si rialza ancora con It’s mine it’s yours, dal ritornello facilmente memorizzabile, ma resa severa da plettri super secchi ed essenziali, e con Tic tac, dall’inizio root blues poi preda delle chitarre elettriche e di un cantato che sembra sempre sul punto di uscire di tono.
Come out e Victim però non mi piacciono, troppo deboli in un disco che ha nella spinta il suo baricentro. Si riprende a crescere con Send it e One of your dreams, per finire con Waiting for the drummer, ove davvero si sfiora la trance.
Chiudo.
Cari Vandemars, l’umile inutile critico musicale che è in me vi suggerisce ancora più cattiveria nelle prossime opere, non distorsione, ma fredezza e chirurgia…quando spingete siete davvero alieni: depurateci, vi prego, dalle melodie sdolcinate. Dateci una lezione, siamo somari. Parlerò bene di voi con Mara Maionchi e Morgan al primo aperitivo milanese che mi capiterà, anche se dubito capiranno chi siete e quanto valete. Intanto mi compro il disco!

Andrea Panizzon

Fonte: http://yourbandsreview.blogspot.com/2011/05/vandemars-blaze.html 

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