The Avant-guarde of Mars

‘BLAZE’ RECENSITO SU ROCKAMBULA

Vandemars | Blaze

Color terra di Siena e bluastri d’ecchimosi, queste le cromature contrastanti che umettano “Blaze”, la seconda prova discografica dei toscani Vandemars, viva della produzione artistica di Paolo Benvegnù e Stefano Bechini e di un tormento estatico sonoro-vocale che fa stracci ed erotismo lungo la schiena nuda delle sue dodici tracce.
Un disco che si porta nell’anima tanti eroi tra cui spiccano in maniera esponenziale i Guano Apes di Sandra Nasic e il veleno conservativo di P.J.Harwey, un disco che sa di salute e qualità, avulso dalla confusione e che si rimprovera da solo di non cullarsi nella sollevazione momentanea, ma s’imprime di guardare già al terzo atto per prendere sul gobbone il peso del mondo musicale e delle sua luce alternativa.

Nel percorso di Blaze non esiste catarsi, tutto è una competizione per lasciare un segno – e ne lascia a chili – non ultimo un fantastico herpes elettrico che ti circuisce i sensi sia nella parte instabile, sia in quella trasversalmente bluesy cantata ad effetto dalla frontwomen Silvia, una femminilità dolciastramente ribelle, che “non ha proprio tempo e voglia” di fare la scena della bambolona del gruppetto, piuttosto la miccia innescata per un’esplosione sensualmente congenita di watt e pulsioni umane; in sostanza una band che si prefigge di prefigurare l’infinito, la forza e la debolezza come punto di forza di un suono che è già lavagna per molti. Lasciarsi incantare dal magma scottante di “Always the same”, ipnotizzare dal mantra di “Waiting for the drummer”, dal magnetismo purpureo di voce, piano ed acustica “A circle for me”, oppure lanciarsi tra gli ingranaggi che uniscono stoner e Ani DiFranco nella bella “It’s mine it’s yours” se non addirittura ubriacarsi di finezza smooth “Come out”, sono cose che vengono spontanee, è quasi un’esigenza d’inquietudine per poter ritrovare tutte le sfumature del buon rock, quel rock che non si deprime ma che produce libidine da vendere, basta sentire “Victim” – mirabile delicatezza imbronciata in cui interviene anche la voce di Benvegnù – per toccare il cielo dei Vandemars con un dito.

Questo è solo il loro secondo disco, è già odorano di quella santità laica che pervade le rare forme sonore “raggruppate” che gestiscono i piani alti dell’underground; e non fanno parte di quella milionesima ondata di nuovi fenomeni che vanno al massacro per ritagliarsi un posto in qualche pianeta, loro, i Vandemars, arrivano da un altro pianeta!

Max Sannella

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