The Avant-guarde of Mars

‘BLAZE’ su I THINK MAGAZINE

Recensione: VANDEMARS – Blaze (Zimbalam)

 

ImmagineLa vita di chi deve “recensire” un album non è mai facile. Un conto è quando si conosce perfettamente la vita e la storia di un’artista. Quando si possono collegare flussi che ritornano dal passato o magari notare differenze di stile. Molto più difficile è approcciarsi ad un’opera prima. O magari seconda, come in questo caso, quando non abbiamo avuto la possibilità di ascoltare la prima (dato che non sempre è facile reperire dischi dei gruppo “non-commerciali”).

Non è semplice, poi, provare a spiegare in poche parole tutte le sensazioni che emergono dall’ascolto di dodici brani, soprattutto se siamo di fronte ad un gruppo che di certo non ama ripetersi e capace di strutturare pezzi così diversi da non sembrare a volte il frutto di uno stesso gruppo, se non fosse per le svolte stoner che ogni tanto ti sorprendono e per il timbro di voce inconfondibile.

Sto parlando dei Vandemars, e della loro seconda prova: Blaze, una selezione di dodici brani molto particolari, originalissimi. Autoprodotto con l’aiuto, tra gli altri, di Paolo Benvegnù, la cui voce spicca in Victim, in cui si può ascoltare un duetto interessante tra due stili e due voci diverse ma che si intrecciano in modo convincente.

Dicevo che è difficile, soprattutto quando ci si ritrova davanti un prodotto complesso, singolare, capace di tessere al suo interno echi di un rock dal sapore anni novanta, quello dei primi video di MTV per intenderci, con immagini distorte, abbigliamento “discutibile”… insomma, quelli con i quali siamo cresciuti. E poi svolte dissonanti, arrangiamenti curati alla perfezione… Si capisce al primo ascolto che i Vandemars non hanno lasciato nulla al caso, il che rende Blaze un prodotto che se avesse come timbro Universal o Sony non lascerebbe certo sorpresi.

La nota sulla quale però vorrei insistere è su questa attitudine ad un rock anni novanta che da troppo tempo è sparito dalle nostre diete acustiche. Non sto assolutamente dicendo che la loro è musica datata. Sto dicendo perfettamente il contrario. La musica si nutre di processi circolari, di partenze e di ritorni. Non devo certo insegnarlo io. Ciò che, però, manca in questo periodo, sono quelle sonorità pure, incontaminate dagli eccessi dell’elettronica.

Per spiegarvi cosa intendo, ascoltate l’incipit di A Circle For Me, quarta traccia dell’album. Capirete all’istante a cosa mi riferisco. Nei loro pezzi sembrano perdersi e fondersi le chitarre dei Pearl Jam (l’inizio di Tic Tac pare preso dalla colonna sonora di Into The Wild, composta da Eddie Vedder, ovviamente con il dovuto rispetto e riverenza per lui, e con il giusto merito per i Vandemars), la voce di Alanis Morissette e quella di Juliette Lewis, della prima Bjork (ascoltate Come Out e ditemi se non ho ragione). Come fossimo ad un ritorno alla genuinità, alla bellezza prima della musica rock. Un ritorno a quella ingenuità degli ascolti, quando non c’era internet e non c’era iTunes, e si attendeva giorni interi, col videoregistratore pronto, che MTV passasse il video del quale avevamo visto distrattamente il finale e ci aveva colpito. Quel periodo nel quale tutto ci appariva dannatamente sorprendente. Quando ogni scoperta era strepitosa e quando ci precipitavamo di corsa a casa dei nostri amici per fargli ascoltare o vedere questo o quel video.

I brani sono perfettamente equilibrati, negli arrangiamenti, nell’adattarsi in modo naturale con gli slanci di una voce come quella di Silvia, così poliedrica, a suo agio nei momenti di dolcezza, ma che a mio parere rivela il suo stupendo potenziale quando canta di gola, di rabbia.

Cos’altro aggiungere? Beh, come sempre potremmo stare ore e ore a parlare di questo o quel brano, di questa o quella scelta. Ma diavolo, sarebbe una clamorosa perdita di tempo ed energia. La poesia, la musica, come anche la peggiore delle battute, non vanno spiegate, perché si finisce col perdere l’arguzia, l’infinita bellezza dell’arte in fieri.

Da consigliare a chi è nato negli anni ottanta ed è cresciuto guardando i primi video su MTV, scoprendo quel mondo di artisti che in Italia ci erano ancora estranei, osservando la bellezza della Low-Definition.

 

AUTORE: DANIELE MORGESE

FONTE: http://www.ithinkmagazine.it/component/content/article/79-ultime-notizie/1631-recensione-vandemars-blaze.html

 
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